Cattedrale di Santa Maria Assunta

Tre portali ogivali in pietra arenaria, ciascuno sorretto da fasci di esili colonnine inanellate, si aprono sulla Piazza Duomo lungo Corso Telesio. La facciata a timpano è dominata da un grande rosone circolare con vetrata, della cui struttura originaria rimane la sola cornice esterna, mentre i due portali laterali sono ciascuno sormontati da un rosone minore quadrilobato. Una gradinata semicircolare in pietra accompagna l'accesso ai tre ingressi. È la Cattedrale di Santa Maria Assunta, la chiesa madre dell'arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, uno dei monumenti più antichi della città, riconosciuta dall'UNESCO quale "Patrimonio Testimone di Cultura di Pace". Le fondamenta di questo luogo sono ancora più profonde di quanto l'edificio lasci intendere: gli scavi del 2008 hanno portato alla luce, sotto il presbiterio, un battistero paleocristiano, traccia di una comunità organizzata in questo territorio già nei primi secoli, probabilmente collegata a una basilica di cui non si conosce ancora l'estensione. L'edificio attuale nasce dalla catastrofe del terremoto del 1184, che distrusse la chiesa normanna dell'XI secolo eretta sul colle Pancrazio. La ricostruzione fu affidata all'arcivescovo Luca Campano — già abate della Sambucina e biografo di Gioacchino da Fiore — che vi impresse la cultura gotico-cistercense maturata nei cantieri monastici calabresi. Il 30 gennaio 1222 il Duomo fu consacrato alla presenza di Federico II di Svevia, che per l'occasione donò alla città la Stauroteca, croce reliquiario in oro e gemme realizzata dagli opifici normanni di Palermo, oggi al Museo Diocesano. Nei secoli seguenti la fabbrica subì interventi ripetuti per consolidamenti e ricostruzioni. Nella seconda metà del Settecento l'abate Saverio Ricciulli condusse un rifacimento in stile barocco che trasformò pavimentazione, pilastri e pareti, aggiungendo una volta a lunette e un altare monumentale in marmi policromi. I restauri ottocenteschi di Giuseppe Pisanti riportarono in luce le strutture medievali, con esiti che gli storici dell'architettura valutano ancora in modo contrastante. L'interno a croce latina, con tre navate e otto campate scandite da pilastri a fascio con capitelli scolpiti, conserva due sepolcri di rango europeo. Nella navata destra il sarcofago di Enrico VII — figlio di Federico II, morto in circostanze mai del tutto chiarite — è un manufatto di reimpiego di età ellenistica decorato con scene della caccia al cinghiale di Meleagro. Nel transetto sinistro è invece incastonato il monumento funebre di Isabella d'Aragona, regina di Francia. È una trifora cieca ad archi archiacuti con al centro la Madonna col Bambino e ai lati le figure della regina e del marito Filippo III l'Ardito. Isabella morì il 28 gennaio 1271 a Cosenza, cadendo da cavallo durante il rientro dall'ottava crociata; il monumento, opera di uno scultore francese del seguito reale, rimase sepolto sotto gli stucchi barocchi per oltre un secolo e tornò alla luce solo nel 1891. È uno dei rari esempi di scultura gotica dell'Île-de-France conservati nell'Italia meridionale. Lungo la navata sinistra si apre la cappella della Madonna del Pilerio, Santuario della Vergine patrona della città. Qui è posta l'icona bizantina del XII secolo raffigurante la Galactotrophusa, la Vergine che allatta il Bambino, entro una nicchia in marmi policromi con altare settecentesco opera di Giuseppe Sammartino, lo scultore del Cristo Velato di Napoli. Sulla volta della porta che conduce alla sagrestia, lavori di restauro condotti dall'Università della Calabria hanno riportato alla luce un affresco trecentesco, a lungo nascosto sotto strati di intonaco.





