Chiesa e Monastero di Santa Maria delle Vergini

Un ampio slargo nel cuore del centro storico alto, quasi un respiro tra le vie strette e le case fitte del rione che un tempo si chiamava della Giudecca, per la presenza dell'antica sinagoga ebraica: è qui che sorge il complesso di Santa Maria delle Vergini, uno dei monasteri cistercensi meglio conservati della Calabria. Nato intorno al 1515 su terreni appartenuti a Francesco Favaro e nipoti e alla famiglia Sersale, fu edificato per volontà delle suore cistercensi su progetto attribuito a Domenico La Cava e Pietro Celestre, dalla fusione di due comunità monastiche femminili — quella di Santa Maria della Motta e quella di Santa Maria De Medio Domini Aegidi — alle quali si aggiunse il Convento delle Benedettine di Santa Maria delle Fontanelle di Mendicino. In un primo tempo accolse donne di diversa estrazione sociale, in seguito riservato esclusivamente alle figlie delle famiglie nobili cosentine. Il terremoto del 1639 lo danneggiò gravemente. Dopo varie vicissitudini, fu soppresso il 18 agosto 1808 e trasformato in orfanotrofio, che accolse anche le orfane di altri monasteri soppressi.
La facciata della chiesa è semplice, ma ha un bel portale in tufo scolpito e una porta lignea intagliata che segnano l'ingresso. Ma ancor prima di entrare, colpisce il portale di accesso all'intero complesso — un arco in tufo decorato a bugne a punta di diamante, unico esempio di questa lavorazione in Calabria, con un cancello in ferro. Oltre si apre un piccolo cortile quadrato su cui si aprono gli accessi alla chiesa, all'ospizio e alla scuola. Dentro la navata unica, la compostezza dei caratteri cistercensi lascia spazio alla ricchezza degli arredi. Il soffitto a carena in legno dorato, con lacunari e rosette intagliate, crea un effetto di calore inatteso; sotto di esso la bella cantoria lignea del XVII secolo, dipinta e dorata, si appoggia su una volta in conci di tufo a vista che ne alleggerisce il peso visivo. Gli arredi lignei del Cinquecento sono il cuore della chiesa. L'altare maggiore, intagliato e dorato, porta una pala di grande compostezza: in basso la Morte di Maria e, in alto, la sua Assunzione in cielo. Lungo le pareti tre altari della seconda metà del secolo: quello di destra, datato 1576, con una Annunciazione di pittore ignoto, con molta probabilità di scuola napoletana; quello di sinistra con una preziosa Madonna Odigitria, detta anche “della tenerezza”, probabilmente del XIII secolo, attribuita a Giovanni da Taranto, tra le testimonianze più antiche del complesso. La grande pala del 1570 con il Transito della Vergine e l'Incoronazione nella cimasa è invece opera di Michele Curia, detto il Maestro di Montecalvario. Dal fondo della navata si raggiunge il chiostro, considerato tra i più belli di Cosenza: colonne con capitelli alternati ionici e tuscanici reggono archi a tutto sesto intorno a un pozzo centrale, nell'equilibrio architettonico della regola monastica.





