Palazzo Cicala — Palazzo Arcivescovile

Su Piazza Aulo Giano Parrasio, ad angolo con Corso Telesio, il Palazzo Arcivescovile di Cosenza porta ancora il nome della famiglia che lo volle costruire, quella dei Cicala, una delle casate consolari più antiche della Repubblica di Genova. Del nome della famiglia si dice avesse radici leggendarie, legate a un episodio di battaglia in cui uno sciame di cicale si posò sul capo del capostipite, creando scompiglio tra i nemici e regalandogli la vittoria. Il ramo cosentino aveva uno stemma proprio — “d'azzurro alla banda d'oro caricata da tre cicale di nero” — a distinguerlo dagli altri rami della famiglia sparsi tra Campania, Puglia e Sicilia.
Il palazzo fu eretto a partire dal 1401, in quello che era allora il quartiere più elegante della città. Nel 1523 i Cicala cedettero il palazzo al cardinale Ruffo Teodoli e da quel momento la storia dell'edificio coincise con quella della Chiesa cosentina: divenne infatti «il palazzo degli arcivescovi» e tale è ancora oggi, sede dell'Arcivescovado di Cosenza-Bisignano.
L'edificio ha il prospetto principale su Piazza Parrasio e affacci su Corso Telesio e Via Cafarone. Sulla facciata principale si apre un magnifico portale ad arco in tufo con bugne a cuscino, sormontato dalla grande cimasa barocca in marmo dello stemma del vescovo Capece-Galeota, che resse la diocesi di Cosenza e Capua nella seconda metà del Settecento. Sul cantone destro c’è ancora traccia di uno stemma in pietra molto deteriorato, probabilmente quello dei Cicala. All'interno del portale una rosta in ferro battuto reca l'emblema di Monsignor Aniello Calcara. Dall’ampio cortile interno parte la scala in pietra che sale verso i piani superiori.
Al piano terra si apre il Gran Caffè Renzelli. Fondato nel 1803, è l'unico locale calabrese nell'Associazione dei Locali Storici d'Italia, già fornitore della Real Casa Savoia. Nei suoi locali si riunirono i patrioti che prepararono i moti antiborbonici del 1844. E qui i gendarmi fecero sostare i fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, giovani seguaci di Giuseppe Mazzini, prima di essere fucilati nel Vallone di Rovito, diventando simboli del martirio risorgimentale. Il locale conserva ancora oggi il fascino d’altri tempi: le ampie vetrate, gli arredi liberty, le salette “rossa” e “verde” con i divanetti in velluto, i banconi colmi di dolci della tradizione e i ritratti storici alle pareti ne fanno un autentico salotto culturale.





